10 libri scritti sotto dipendenza

Alcuni scrittori alla ricerca di idee per i loro libri si sono fatti attrarre da allucinogeni, alcool o altre sostanze che danno dipendenza, qualcuno ha cominciato a servirsene e scopo curativo, per prendere sonno, altri per puro diletto per poi finire nel vortice dell’assuefazione, nonostante i loro problemi di salute però ci hanno lasciato delle opere che sono comunque entrate nella letteratura. Una breve esplorazione di questi autori è le loro opere ci rivela come le loro menti allucinate sono state alimentate sotto dipendenza.
“Il poeta si trasformò in un visionario attraverso una lunga e immensa e ragionata confusione di tutti i sensi… In tutte le forme di amore, di sofferenza, di follia egli cerca se stesso, consumando tutti i veleni solo per mantenere la loro quintessenza… per cui egli giunge infine davanti all’ignoto”. Arthur Rimbaud (da una lettera del 15 maggio 1871).

10 LIBRI SCRITTI SOTTO DIPENDENZA

Candide e i caffè di Voltaire e Balzac
A Parigi Francoise Procobe aprì forse il primo locale di caffè nel 1686 e presto divenne un ritrovo per letterati come Rousseau, Diderot, Balzac, Hugo e Voltaire il quale si diceva consumasse fra le 50 e le 70 tazze al giorno tanto che il tavolino di marmo e la sua sedia preferita rimasero per molto tempo fra le attrazioni del locale. La bevanda preferita era una miscela di caffè e cioccolata contenenti forti dosi di caffeina e tedoramina alcaloide tipico del cacao. Un abitudine che inserirà anche nei suoi personaggi. Si dice anche che Balzac fosse un gran consumatore di caffè, nella sua appendice a La Physiologie du Gout di Brillat-Savarin sui piaceri e dolori del caffè scrive:
“Il caffè è una grande potenza nella mia vita; ho osservato i suoi effetti su scala epica, il caffè arrostisce il vostro stomaco. Molte persone sostengono che il caffè li ispira, ma, come tutti sanno, il caffè fa diventare le persone noiose ancora più noiose… Il potere del caffè cambia nel tempo. G. Rossini ha sperimentato personalmente alcuni di questi effetti.
“Il caffè”, Rossini mi ha detto, “è questione di quindici o venti giorni; giusto il tempo di scrivere un’opera”.
Balzac era un gran lavoratore indebitato con un programma di scrittura che non perdonava e il caffè lo teneva all’erta. Egli descrive la sua routine quotidiana in quanto tale nel marzo del 1833:
“Vado a letto alle sei o sette di sera, come i polli; all’una del mattino sono già sveglio e lavoro fino alle otto; alle otto dormo ancora e per un’ora e mezza; poi prendo qualcosa, una tazza di caffè nero, e torno nella mia scrivania fino alle quattro. Ricevo ospiti, faccio il bagno, e esco, dopo cena vado a letto. Dovrò condurre questa vita per diverso tempo per non lasciarmi travolgere dai mie debiti”.

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Rob Roy e il laudano di Walter Scott
Lo scrittore scozzese Walter Scotto autore di Ivanhoe, trangugiava laudano per combattere i dolori di stomaco durante la stesura di Rob Roy (1817) e la tragica storia d’amore La sposa di Lammermoor (1819). Dal Digital Archive di Walter Scott della Biblioteca Universitaria di Edimburgo:
“Il romanzo iniziò nell’agosto 1817, ma il lavoro è stato ostacolato da una malattia recidiva dovuta a dei calcoli biliari che lo facevano soffrire di crampi molto dolorosi. Scott fu costretto a prendere elevate quantità di laudano mentre tralasciava la sua dieta quasi al punto di morire di fame.
Sorprendentemente, è stato in queste condizioni che Scotto ha scritto forse la maggior parte di tutti i suoi libri. Il romanzo fu terminato verso l’inizio di dicembre 1817 venne pubblicato il 30 del mese”.

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Thomas de Quincey, e l’oppio

Il racconto autobiografico della sua dipendenza da oppio Confessioni di un oppiomane venne pubblicato nel 1821, portandolo al successo inaspettato. Il libro servì come modello per molti scrittori che tentarono di seguire le orme di de Quincey trovando un pubblico ancora più ampio quando Baudelaire pubblicò una perziale traduzione francese nel 1860 ne I paradisi artificiali.
Così come più avanti Aldous Huxley tentò di descrivere sulla sua pelle ne Le porte della percezione gli effetti sull’uso della mescalina.

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Charlotte Bronte e Villette

Villette è l’ultimo romanzo di Charlotte Bronte pubblicato nel 1853. Lucy Snowe, la protagonista è simile alla scrittrice, entrambe hanno delle idee che consentono loro di superare i codici repressivi comportamentali della società vittoriana. Rifiutando il sottomesso ruolo della donna dell’epoca, esse lontano per la parità tra i sessi, compagne nel matrimonio e nel diritto al lavoro.
Nell’epilogo di Villette la protagonista ingerisce una dose – forse troppo forte – di un oppiaceo che invece di farla dormire la mette uno stato di eccitazione facendole mostrare visioni irreali. Essendo descrizioni abbastanza precise di uno stato allucinogeno Elisabeth Gaskell nella sua biografia chiese a Charlotte se avesse mai fatto uso di droghe: “Le chiesi se avesse mai preso l’oppio visto che la descrizione del suo effetto che si trova in “Villette” era così esattamente simile a quanto avevo sperimentato io – Una vivida e ingigantita presenza degli oggetti, i cui contorni si fanno imprecisi quando non si perdono in una nebbia dorata, eccetera. Mi rispose che, per quanto ne sapeva, non ne aveva mai preso la benchè minima dose sotto qualsiasi forma, ma che aveva seguito il procedimento che le era solito quando doveva descrivere qualcosa di cui non aveva diretta esperienza; vi pensava intensamente per molti notti prima di addormentarsi – chiedendosi come era o come avrebbe potuto essere – finchè, alla fine, dopo che il racconto era rimasto fermo su quel punto, a volte per varie settimane, si svegliava una mattina avendo una chiara visione di tutti i particolari, come se ne avesse fatto la viva esperienza, e poteva descriverti punto per punto accuratamente. Non so dare una ragione di questo fatto, ma ci credo perchè me lo disse lei stessa”.
Anche il lettore se lo chiede, ma bisogna dire che il fratello di Charlotte invece ne faceva molto uso in quanto lo aiutava a dimenticare più dell’alcool ed era più pratico da portare. Forse la sorella aveva visto i suoi effetti e li aveva descritti nel romanzo.

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Gli scritti di Louisa May Alcott sono oppiacei
L’autrice di Piccole donne (1868) sviluppò una dipendenza da oppio e hashish dopo una diagnosi di reumatismi. I farmaci l’aiutavano a dormire. La Alcott iniziò ad usare la morfina per alleviare gli effetti della febbre tifoide contratta durante l’attività di infermiera svolta nella guerra civile. In realtà la sua vita stessa non era stata felice come nei romanzi. “Non è la piccola donna che si pensava fosse e la sua vita non era un libro per “bambini”, dice lo studioso della Alcott Harriet Reisen.
Louisa era convinta che i suoi disturbi post-tifo fossero causati da un trattamento con il calomelano un componente altamente tossico a base di mercurio in uso di routine in quell’epoca. L’oppio naturalmente aiutava il disagio dei suoi effetti collaterali. La Alcott conosceva i mali dei vizi dell’oppio (la dipendenza era un concetto sconosciuto nel 19° secolo) ma continuò ad usarlo in modo intermittente per il resto della sua vita. “Il cielo benedica l’hashish, se i sogni finiscono così!” – Louisa May Alcott, Perilous Play (1869)

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Robert L. Stevenson e Lo Strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde. Questo libro del 1886 venne scritto nel corso di una abbuffata di cocaina da parte dell’autore durata sei giorni. Sua moglie Fanny disse: “Un malato nelle condizioni di mio marito non sarebbe stato in grado di mettere 60.000 parole sulla carta in sei giorni”.
Lloyd Osbourne, figliastro dello scrittore, disse: “La mera impresa fisica fu tremenda e invece di fargli del male si svegliò allegro come non lo era mai stato”. In fondo anche il dottor Jekyll prende una posizione salina che gli modifica la personalità. Ma Stevenson che era molto malato cercava sempre un rimedio ai suoi mali. In una lettera al medico Dr. Scott nel 1890 scrive: “Posso combattere il raffreddore con un estratto liquido di coca; due o (se ostinato) tre cucchiaini al giorno per un periodo variabile da uno a cinque giorni quando il freddo è vicino.
Questo mi produce subito fulgore, si ferma la rigidezza, e anche se mi rende molto a disagio, impedisce l’avanzata della malattia.
Se questa malattia si dimostrerà ancora più forte un rimedio con le iniezioni di cocaina, per esempio, sarebbe ancora migliore”.

Le opere di W. H. Auden e la Benzedrina
Il poeta inglese l’aveva l’abitudine di prendere una pillola, una dose di Benzedrina (anfetamina introdotta negli Stati Uniti nel 1933) tutte le mattine come molte persone prendono un multivitaminico quotidiano. Di notte usava Secodal o un altro sedativo per prendere sonno. Continuò con questa routine chiamata “la vita chimica” per 20 anni fino a quando l’efficacia delle pillole si esauriva. Auden considerava le anfetamine come uno dei “dispositivi salvalavoro” nella “cucina mentale” al fianco di alcol, caffè e tabacco, anche se era ben consapevole che “questi meccanismi fossero molto grezzi, in grado di ferire il cuoco se non ucciderlo”.

Graham Greene Il potere e la gloria
Durante una visita in Cina nel 1957 il romanziere inglese Graham Greene disse: “Ci sono due cose che voglio: una bella ragazza a letto con me e poi trovare un pò di oppio”. La benzedrina la usò attraverso la scrittura de Il potere e la gloria, incentrato su un sacerdote cattolico mascalzone degli anni ’30 in Messico. Le piccole abbondavano durante un viaggio di Greene in Messico nel 1938, dal quale vi trasse uno scritto di viaggio (The Roads Lawless). In quegli anni Greene aveva imparato a finire un romanzo in meno di un anno e a volte ne scriveva due contemporaneamente.
“Sono caduto di nuovo per la prima e l’ultima volta in vita mia nella benzedrina. Per sei settimane, ho iniziato ogni giorno con una tavoletta, e rinnovato la dose a mezzogiorno. Ogni giorno mi sono seduto a lavorare senza avere idea di come stendere la trama e ogni mattina ho scritto, con l’automatismo della tavoletta, duemila parole, invece del mio solito step di cinquecento parole.
(Graham Greene, Ways of Escape, Vie di scampo).

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Kerovac On the road
Le leggende su On the road ci dicono che Kerovac ha scritto il libro nel corso di tre settimane, piegato dalle droghe e composto su un rotolo di carta.
Qualcosa di vero potrebbe esserci visto che i riferimenti alla Benzedrina in On the road sono frequenti. Kerovac non è certo l’unico autore a scrivere sotto l’influenza di droghe in quel periodo anche se il più rilevante: “Jane stava ancora cercando il suo incendio; a quei tempi faceva fuori tre tubetti di cartine di benzedrina al giorno. La sua faccia, una volta paffuta, teutonica e graziosa, era diventata dura, rossa e scarna”.

Stephen King e tutti gli scritti nel corso nel 1980
L’autore di It incominciò la sua dipendenza da droga e alcol durante il 1980, “Nel 1985 avevo aggiunto alla mia dipendenza dall’alcol quella alla droga, eppure conservava una funzionalità marginale” riuscendo a malapena a ricordare e scrivere alcune delle sue opere più note. Durante i suoi momenti più bui, King consumava colluttorio ad alta gradazione alcolica e sbuffò tanta di quella cocaina che è fu costretto a mettersi ovatta il naso “per fermare il sangue che gocciolava sulla sua macchina da scrivere”. Le dipendenze dello scrittore derivavano da angosce infantili e, più tardi, la morte di sua madre. Una paura che non poteva metterlo in grado di scrivere un best-seller in assenza di sostanze che consumava. Dopo che Le creature del buio venne criticamente stroncato nel 1987, il re dell’horror ne uscì. Cose Preziose fu il suo primo libro pubblicato dopo essersi ripulito. “Ero diventato sensibile in ogni caso, perchè era la prima cosa che avevo scritto da quando avevo sedici anni, senza bere o drogare”, disse alla Paris Review. “Ero completamente pulito, tranne che per le sigarette. Quando finii il libro, pensai che questo fosse un bene”.

 

 

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